La
diffusione incontrollata della conoscenza è stata
quasi sempre e dovunque vissuta come una minaccia, per la
morale e per il mantenimento dell’ordine costituito.
E anche oggi, in molti paesi i libri continuano a godere
del sospetto dell’autorità, sia per il loro
potenziale contenuto rivoluzionario, che per la possibilità
che informazioni delicate possano passare nelle mani «sbagliate».
Dal punto di vista opposto, i libri sono spesso stati percepiti
come un ostacolo per l’affermazione e il prevalere
di idee nuove, estreme e/o prevaricatrici.
Nella storia del genere umano, le religioni hanno spesso
manifestato la loro insofferenza per la circolazione autonoma
delle idee e dei libri che le contengono. In particolare
la Chiesa Cattolica si è distinta per secoli per
un duplice rapporto di amore-odio nei confronti dei libri.
Nei secoli bui del Medio Evo, i monaci delle abbazie si
incaricarono delle conservazione di migliaia di volumi e
li riproducevano, in un'età in cui la stampa non
esisteva ancora, ricopiandoli a mano. Per contro, chiusi
nelle biblioteche delle abbazie, difficilmente questi libri
potevano essere consultati se non dagli stessi monaci e
dalle persone che godevano della loro fiducia.
Il resoconto documentale più antico che riguarda
un’iniziativa violenta nei confronti dei libri, si
trova negli Atti degli Apostoli, in relazione all’attività
di San Paolo, durante la sua visita a Efeso: «Molti
di quelli che avevano abbracciato la fede, venivano a confessare
in pubblico le loro pratiche magiche e un numero considerevole
di persone che avevano esercitato le arti magiche portavano
i propri libri e li bruciavano alla vista di tutti. Ne fu
calcolato il valore complessivo e trovarono che era di cinquantamila
dramme d’argento» (19:19).
Il primo atto ufficiale nei confronti della circolazione
dei libri, nella storia della Chiesa, fu il decreto di Papa
Gelasio I (496 c.ca), che conteneva una lista di libri,
ripartita tra libri raccomandati e libri proibiti. Tuttavia,
per il primo indice ufficiale bisogna attendere più
di mille anni, Alessandro Farnese, che salì al trono
pontificio col nome di Papa Paolo III (1534-1549), e l’Inquisizione
Romana. Questa fu istituita per combattere il protestantesimo
e, in un periodo in cui la Spagna dominava quasi interamente
l’Italia del Nord, per controbilanciare l'eccessiva
severità della Inquisizione Spagnola, resa tristemente
famosa da Tommaso de Torquemada (1483). Primo grande inquisitore
e padre domenicano, al pari di Giordano Bruno (il quale
finì i suoi giorni sul rogo nell'anno 1600, vittima,
non carnefice, della versione romana dello stesso meccanismo
repressivo), de Torquemada faceva largo uso della confisca
dei beni e della tortura per terrorizzare le sue vittime
e si dice che mandò al rogo non meno di duemila persone.
Durante il papato di Paolo III, un ambizioso prelato di
origine toscana, Giovanni Della Casa (1503-1556), autore
tra l’altro del celebre Galateo (1553), viene nominato
vescovo di Benevento e gli viene affidata la nunziatura
pontificia di Venezia. Per cinque anni il Della Casa, che
aspira alla porpora cardinalizia, s'adopera in attività
inquisitoriali, in netto contrasto con l’autorità
giuridica veneziana, tendenzialmente indipendentista. In
particolare, usa ogni mezzo per incastrare il vescovo di
Capodistra, Pier Paolo Vergerio, che accusa di eresia e
coinvolge in un estenuante processo.
Nel frattempo, il Della Casa intraprende altre iniziative,
come la prima proposta di redazione dell’Index librorum
prohibitorum. Pubblicato a Venezia nel 1549, questa proposta
includeva Il beneficio di Cristo e L’alfabeto cristiano
di Juan de Valdés. L’Indice, tuttavia, offre
il fianco a una controffensiva del vescovo di Capodistria,
che rimprovera al Della Casa di aver fatto parte, nei suoi
trascorsi di gioventù, dell’Accademia dei Vignaiuoli,
un gruppo letterario romano che praticava l’allusività
oscena, di cui fece parte anche il Berni.
Nonostante il Della Casa riuscisse alla fine a spuntarla
sul Vergerio e a farlo condannare, questi si sottrasse alla
sentenza, riparando in Svizzera. Inoltre, alla morte di
Paolo III, Giovanni Della Casa perse la protezione dei Farnese
e con essa la nunziatura di Venezia. Papa Giulio III (1550-1555),
un moderato di impostazione rinascimentale, limitò
ulteriormente la giurisdizione del tribunale dell’Inquisizione
ai soli fatti che avvenivano all’interno dei confini
della Penisola.
Così la prima edizione ufficiale dell’Index
librorum prohibitorum fu pubblicata soltanto nel 1559 dalla
Santa Congregazione dell’Inquisizione Romana, sotto
il papato di Gian Pietro Carafa, ovvero Paolo IV, un papa
spietato e sanguinario a cui si deve, tra l'altro, l'istituzione
del ghetto ebraico di Roma. Vi primeggiava il Decameron
di Giovanni Boccaccio, ma non mancava neppure Il Novellino
di Masuccio Salernitano. Nel corso dei quattro secoli della
sua storia fu aggiornato venti volte per impedire la contaminazione
della fede e la corruzione della morale attraverso la lettura
di libri teologicamente sbagliati o immorali. Esso conteneva
quindi l’elenco dei libri considerati pericolosi dall’autorità
ecclesiastica per la fede e la morale dei cattolici.
Fino a tutto il 1966, la legge canonica ha prescritto
che ci fossero due forme di controllo sulla letteratura:
la censura preventiva sui libri scritti da cattolici in
tema di morale e/o di fede, il celebre «imprimatur»
tuttora in vigore ai giorni nostri, e la condanna di libri
giudicati offensivi, contro i quali sia chiesto l’intervento
dell’autorità ecclesiastica, l’Index,
appunto, la cui ultima edizione, la ventesima, fu redatta
nel 1948. In essa vi comparivano Balzac, Berkeley, Cartesio,
D’Alembert, Darwin, Defoe, Diderot, Dumas (entrambi),
Flaubert, Heine, Hobbes, Hugo, Hume, Kant, Lessing, Locke,
Malebranche, Stuart Mill, Montaigne, Montesquieu, Pascal,
Proudhon, Rousseau, George Sand, Spinoza, Stendhal, Sterne,
Voltaire, Zola. E tra gli italiani Aretino, Beccaria, Bruno,
Benedetto Croce, D’Annunzio, Fogazzaro, Foscolo, Gentile,
Giannone, Gioberti, Guicciardini, Leopardi, Marini, Minghetti,
Monti, Ada Negri, Rosmini, Sacchetti, Sarpi, Savonarola,
Settembrini, Tommaseo, Pietro Verri e anche il Teatro comico
fiorentino; inoltre era all’Indice qualsiasi volume
non autorizzato che trattasse di storia della massoneria
o dell’Inquisizione e le versioni non cattoliche del
Nuovo Testamento. Nel decennio successivo furono aggiunti
tra gli altri Simone de Beauvoir, Gide, Sartre e Moravia.
Nel 1908 Pio X, nel corso della riorganizzazione della curia,
tracciò una riga sulla parola «inquisizione»
e da quel momento la congregazione incaricata di mantenere
la purezza della fede cattolica si chiamò «Sant’Uffizio».
Anche le competenze della congregazione preposta all’elaborazione
e all’aggiornamento del libri proibiti furono trasferite
nel 1917 al Sant’Uffizio, nuovamente rinominato nel
1965 da Papa Paolo VI «Congregazione per la Dottrina
della Fede», il cui obiettivo primario è di
promuovere l’ortodossia cattolica e di difendere i
diritti di tutti coloro i quali siano accusati di venir
meno a tal riguardo.
Nel 1966 l’Index librorum prohibitorum fu infine definitivamente
soppresso.
I documenti relativi ai procedimenti condotti dalle congregazioni
dell’Inquisizione e dell’Index, ora contenuti
nell’archivio del Sant’Uffizio Romano e custoditi
dalla Congregazione per la Dottrina della Fede, furono integralmente
trafugati a Parigi dall’esercito napoleonico (1916-17),
il che causò la perdita della quasi totalità
delle serie processuali. Le intemperanze perpetrate durante
la breve esperienza della Repubblica Romana (1849) causarono
altre perdite. Tuttavia l’archivio della congregazione
preposta all’Index risulta intatto e, dal 1998, è
consultabile da parte di chiunque, dotato di una laurea
o di un titolo non italiano equivalente, sia in grado di
provare di appartenere ad un’istituzione accademica,
senza distinzione di Paese, di fede religiosa o di pensiero.
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